11/11/2009

La mia lezione di vita

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Se c’è una cosa di cui sono sempre andata fiera sin dalla nascita sono le mie origini sarde.

 

 

Non perché una madre sarda permetta di acquisire uno status privilegiato o di fare vacanze galattiche al mare (specie alla luce dell’insignificante dettaglio che mamma là abitava in un paese di montagna), ma perché ho sempre amato il fatto di conoscere un altro dialetto, altri modi di dire e altre tradizioni. E soprattutto: perché tutto questo mi permetteva di ragionare in modo diverso dalla mentalità marchigiana di chi nasce, cresce, schiatta nello stesso posto e si può permettere di ostentare i suoi soldi perché tanto c’ha il culo di essere nato in una regione in cui la natura è rigogliosa, il terreno coltivabile e produttivo.

Ho provato sulla pelle, trasmesso da mia madre, l’accoramento della nostalgia per la propria terra. So cosa significa lasciare luoghi,abitudini, amici in cerca di una prospettiva migliore in un posto dove c’è più lavoro e meno sole. E so pure cosa significhi, nonostante quel posto lo si debba tutto sommato ringraziare, detestarlo con tutte le forze dal più profondo dell’animo.

C’è una storia che lei mi ripete sin da quando ero piccola e che io considero una grandissima lezione di vita. Quando è arrivata a scuola la sua professoressa l’ha presentata al resto della classe con queste esatte parole :”Non chiedetele perché è qui; il treno può partire per tutti”

Ecco, se un giorno avrò figli, glielo racconterò: negli anni ’70 l’extracomunitaria era vostra nonna.

08/11/2009

La terra dei cachi

 

 

Interrompo un lungo periodo di silenzio dovuto ad una tesi da finire in tempo record per affrontare una questione che ha risvegliato le coscienze degli italiani: il crocifisso nelle scuole.

Io lo dico sempre: quando la Corte Europea emette certe sentenze, beh ecco…io spero che l’Europa ci invada al più presto. Peccato non sia possibile.

Premetto che se c’è una figura storica(e dico storica perché sembra ci siano prove della sua reale esistenza) da ammirare, per me è proprio quella di Gesù Cristo: libero pensatore sacrificatosi per il bene dell’umanità e per trasmetterle un messaggio di amore universale. Un uomo vero.

Detto questo il discorso è molto semplice: una cittadina italiana di origini finlandesi (e non a caso, verrebbe da pensare!) ha fatto ricorso alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo perché non riteneva giusta la presenza del crocifisso nelle scuole. Ecco, a quel punto la questione è di un’ovvietà imbarazzante: si guarda alla Costituzione del paese in questione, alla sua giurisprudenza e a quella europea, si legge che l’Italia è un paese LAICO, si fa 2+2 e se ne deduce che i simboli religiosi vanno tenuti fuori dalle aule scolastiche.

E’ talmente elementare che persino La Russa potrebbe arrivarci. Con un po’ d’impegno, s’intende.

A proposito di La Russa: quel fine esponente del popolo delle libertà ha dichiarato testualmente a La vita in diretta “possono morire, ma il crocifisso resterà in tutte le aule delle scuole”, il che, detto a proposito di un simbolo che raffigura un uomo morto ammazzato e inchiodato vivo alla croce, è una galanteria a cui non arriverei nemmeno io che non ho un briciolo di fede. Non sono abbastanza cattolica.

L’Italia è un paese LAICO, no ateo; il concetto è un tantino diverso, quindi che la piantassero sia di urlare a destra e a manca che L’Europa ci vuole non credenti, sia di sventolare ai quattro venti lo stendardo del Cattolicesimo come tradizione, che la tradizione non c’entra una beata mazza: la sagra del baccalà al mio paese è tradizione. La religione semmai è parte integrante dell’identità culturale italiana, ed è proprio per questo che nelle scuole si studia l’arte di Piero della Francesca e Michelangelo, la filosofia di Sant’Agostino e la Divina Provvidenza di Manzoni solo per citarne alcuni. Certo, questo fin quando potremo mandarceli i figli a scuola.

Nessuno ci ha impedito di andare in Chiesa, far frequentare il catechismo ai bambini e pregare: l’Europa non è mica comunista. Visto però che i Patti Lateranensi li ha firmati Mussolini, che potere teocratico e temporale sono considerati indipendenti dalla notte dei tempi, e che nel frattempo è intervenuta quella insignificante cosa chiamata secolarizzazione, sarebbe pure ora di capire che in Italia formalmente non c’è una religione di Stato, ragion per cui, essendo la scuola di tutti, il crocifisso ce lo appendiamo dentro casa nostra. Oppure mandiamo i figli nelle scuole private.

La religione non è “tradizione”; è culto, è DOGMA, ed infatti strumentalizzando il crocifisso abbiamo colonizzato l’Africa, sterminato gli Indios, fatto le Crociate, perseguitato gli Ebrei fino alla deportazione e rimpinguato le casse del Vaticano con l’8 per mille. Se giornalisti e politici utilizzassero il termine “religione” anziché “tradizione” la sentenza europea sarebbe chiara a tutti. Molto meglio invece mescolarla ad hoc con la proposta dell’ora di religione islamica con cui non ha niente a che vedere visto che la richiesta è stata fatta alla Corte Europea da una cittadina italiana. Fosse per me, comunque,né l’una né l’altra, ma un’ora aggiuntiva di storia così magari certe dinamiche, anche religiose, le capiamo sul serio.

Facciamola finita con i gruppi su Facebook che inneggiano alla necessità di doversi adattare alle usanze del posto in cui si risiede. Ce n’è uno particolarmente idiota la cui presentazione sostiene che se vado in Inghilterra devo guidare a destra, per cui lo faccio. Direbbe Luttazzi: cazzata o stronzata? Risponde la sottoscritta: cazzata, ma cazzata interessante perché, manco a farlo apposta, mette sullo stesso piano livello legislativo e livello spirituale. Il Vaticano ringrazia.

Se a Londra guido a sinistra mi schianto contro qualcuno e crepo, quindi il rispetto dell’usanza altro non è che osservanza della legge, e se lo faccio è per la mia sicurezza, stop. 

Non esiste alcuna legge che imponga una confessione a qualsiasi cittadino residente in Italia; se uno straniero non è clandestino è autorizzato a stare sul suolo italico tanto quanto me e ad osservare il credo che vuole perché è in uno stato LAICO. Se nei paesi arabi dobbiamo indossare il velo è perché lì lo stato è confessionale, tutto qui. Di solito chi è più democratico lo dimostra.

Non c’è nessun adeguamento in discussione, solo rispetto reciproco. Rispetto da cui il mediocre ragionamento “se non gli sta bene che se ne tornassero a casa loro” è escluso in quanto atteggiamento da bulletto del quartiere(che tanto deprechiamo nei ragazzini però!): è un marcare il territorio tipico degli animali. A questo punto lancio una proposta: pisciata collettiva lungo le Alpi. Suvvia, siamo avvantaggiati; ci vuole poco, negli altri tre quarti dei confini c’è il mare!

Quello che mi fa imbestialire di questo acceso dibattito crocifisso si/crocifisso no è il qualunquismo dilagante, e cioè quelli che dicono che c’è sempre stato e non dava fastidio a nessuno. Embè? Non significa che non debba arrivare il momento di cambiare. Questa è paraculaggine spacciata per equidistanza.

A nessuno gliene fregava una cippa del crocifisso, solo che poi qualcuno l’ha messo in discussione e  ci siamo sentiti attaccati nel nostro piccolo mondo;molto più semplice prendersela con quegli stronzi che c’hanno messo faccia a faccia con le nostre debolezze piuttosto che riconoscere il provincialismo che ci immobilizza.

Ce li voglio proprio vedere tutti questi ferventi riscopritori delle meraviglie del cattolicesimo ad andare in chiesa ogni domenica mattina,  a porgere l’altra guancia, a non rubare, a non bestemmiare e a non divorziare. E soprattutto: a non trombare fino al giorno del matrimonio.

 

 

 

Ps. per inciso: Bersani ha già fatto capire dove andrà a parare il nuovo PD, e cioè da nessuna parte. Brutta cosa l’eterogeneità tra destra e “sinistra”?

 

09/10/2009

Più bello che innocente

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Applauso, no che dico applauso, standing ovation per quei “farabutti” de l’Unità.

 

Effettivamente, Luttazzi docet, non s’è mai visto un innocente “darsi tanto da fare per farla franca”.

Avete notato invece come si sono incacchiati per la bocciatura del Lodo gli altri tre più uguali?Nooo ?!?!? Eh, infatti.

08/10/2009

Impunito-imputato evolution

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Ieri la Corte Costituzionale ha fatto presente al Re Sòle che persino lui davanti alla legge è uno di noi. Ma anche no: noi mica siamo indagati per corruzione di giudici e testimoni, detenzione di società off-shore, diritti Medusa taroccati, lettere di Provenzano inspiegabilmente indirizzateci, utilizzo finale di escort. Meno male che Silvio c’è.

 

ps. e ora scusate, ma non posso scrivere altro: c'ho un panino con la porchetta che aspetta

 

07/10/2009

Blogger life: Paganini non ripete

bambino_che__gioca_con_la_palla_-_Copia.jpgDel mio amore infantile per il calcio si è già detto. Quello che è stato ancora taciuto è che io al calcio devo il mio “ingresso in società”.

La sottoscritta da piccola era una bambina sola, insicura, malaticcia e frignona, con la lacrima in tasca pronta per qualsiasi quisquilia la facesse sentire ferita nell’orgoglio.

Sorridi, domani andrà peggio. Ed infatti alle elementari la situazione non poteva che precipitare; visto che io continuavo ad ingrassare e ad essere chiamata balena, tenuto conto che in un paesino di 900 abitanti le classi sono di 5/6, massimo 10 persone, ed io ero in classe con sole altre due bambine che mi escludevano, considerato che la mia amichetta che conoscevo dalla nascita si era appena trasferita dopo la separazione dei genitori, la mia infanzia evolveva a grandi passi verso uno stadio avanzato di autentico schifo.

All’asilo non ero costretta a stare con quelli della mia età, ma alle elementari la musica era cambiata; ero in classe con altri 5 bambini, di cui due bambine così suddivise: la stronza con ruolo da capoccia e la succube smidollata che esegue il compito assegnatole. Io semplicemente ero non-pervenuta.

La capa non mi sopportava, e siccome l’odio era reciproco, anche se avrei tanto voluto giocare anch’io, piuttosto che andare in ginocchio ad implorare pietà per entrare nel giro che contava preferivo che una schiacciasassi mi passasse sopra. Trascorrevo sempre la ricreazione  con un amichetto alimentando i pettegolezzi nella scuola e provocando così i nervi della capa che, nonostante gli innumerevoli sforzi compiuti per rendermi impossibile l’esistenza ( e ci riusciva, eccome se ci riusciva, solo che non lo sapeva), non veniva comunque filata di pezza.

Arrivò così il compleanno della sua adepta. Mi ci accompagnò mio padre.

Lo ricordo come se fosse ieri: io le do il mio regalo, mio padre va via, i maschietti della classe si precipitano sul retro a giocare a pallone col fratello maggiore della festeggiata e io resto sola, lasciata lì come una cretina, perché crik&crok si mettono a giocare con le Barbie andandosene dalla stanza.

Ora, a me le Barbie hanno sempre fatto schifo ma ciò non fu sufficiente per placare l’ira dell’Irene furiosa: aprii i rubinetti alla massima potenza, piansi accorata come nemmeno Enzo Paolo Turchi con le emorroidi all’Isola dei Famosi, il mio urlo disperato infranse il muro del suono fino a quando non arrivarono le mamme delle bimbe. Sbottai clamorosamente: “Non mi fanno giocare, è sempre così!!!!!Mi fanno i dispetti!!!!!Buahhh!!!!!!E’ colpa vostra che non le sgridateeeeeeee!!!!!!”

Poco dopo, per una qualche fortuita congiunzione astrale rispondente al nome di lavata di muso colossale alle due complici, ero nel retro con loro e i maschi.

Davanti alla saracinesca di un garage che fungeva da porta, uno a turno provava a fare goal: il portiere giocava in una squadra e quindi era considerato forte all’unanimità. Io in disparte guardavo i tiri degli altri che, uno dopo l’altro, sembrava stessero tentando di scalare il K2. Mentre tutti si lamentavano della bravura dell’ estremo difensore, io mi limitavo a pensare:”Bah…” con l’aria di sufficienza tipica della stronza per professione. Tocca a me.

Posiziono la palla a terra. Mi fermo. Osservo la situazione. Carico il tiro. Secondo di attesa infinito. La sfera procede verso la porta…1,2,3……GOAL!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Dopotutto non era mica difficile l’impresa titanica: bastava tirare in un angolo.

Alla fine a riuscire a scalare il K2 ero stata proprio io, che fino a quel momento non mi ero dimostrata minimamente degna di attenzione. Mi guardavano tutti stupiti, come se si stessero chiedendo da dove cacchio fossi saltata fuori. Una femmina, l’unica in tutta la classe, aveva battuto un maschio segnandogli un goal: sacrilegio.

A difendere l’onore della categoria, il pronto intervento del fratello maggiore della festeggiata, più grande di noi di ben 3 anni. Stavolta bisognava scalare l’Everest. Leggevo gli sguardi degli altri che mi davano per spacciata.

Il momento era di alta tensione; in ballo la credibilità calcistica maschile.

Io, come esigeva la criticità della situazione, sbuffavo mentalmente ripetendomi elaborati costrutti del tipo:”Di nuovo?!? E che palle, mo’ pure questo qui… ma che è ‘sta processione…..”

Quello va in porta, ci risiamo. Metto la palla a terra. Mi fermo. Osservo. Tiro. GOAL!!!!!!!!

In fondo nemmeno la scalata dell’Everest era poi così difficile: bastava solo tirare all’altro angolo.

A quel punto il mio ingresso nel gruppo venne considerato qualcosa di inevitabile, un po’ come la supposta di Tachipirina per la febbre: una che aveva fregato due maschi, di cui uno persino più grande, calciando un pallone non poteva più essere ignorata.

Io però dopo quella volta, nonostante le mie quotazioni fossero notevolmente in rialzo e venissi letteralmente supplicata di unirmi alle partite durante la ricreazione, accettavo raramente: ormai non c’era più gusto; li avevo lasciati di sasso e questo mi bastava. Il mio valore l’avevo già dimostrato. Paganini non ripete.

Arrivata a casa però continuavo a trascorrere il pomeriggio calciando il pallone contro il muro con tutta la forza che una bambina di sei anni può avere: anche se ero diventata una di loro e potevo giocare con le bambole che le mie compagnette portavano a scuola, non c’era alcun motivo per cui io non dovessi continuare ad essere diversa.

Ora potevo scegliere, e soprattutto dire no se non mi andava di giocare, senza che qualcun altro avesse prima deciso per me. Ecco la mia grande conquista.

 

05/10/2009

Rivalutiamo l'uomo Becker!

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Avvertissero quelli di Youtube, mettessero in home un bell’avviso modello foglietto illustrativo dei medicinali:
“Si raccomanda un uso moderato. Un’elevata somministrazione può causare assuefazione. Consultare sempre il medico di famiglia. Possibili effetti collaterali: coccolone di proporzioni epiche.”
Ecco,lo specificassero, così una almeno ci va psicologicamente preparata: a navigare su Youtube si rischia l’infarto.
Fato vuole che io mi sia recentemente imbattuta in questo:



Il richiamo della foresta costituito per me da quel “nanna na na na nanna” ha avuto sui miei fragili nervi l’impatto dell’iceberg sul Titanic: naufragio alle ore 16.00. Affondata. Regredita all’età di quattro anni all’istante.
Ho ricordato un pulmino giallo con cui tornavo dall’asilo, i sedili in pelle marroncina (colore che di solito amo definire cachè, e questo particolare solo per il piacere della totale condivisione del momento con chi legge), Bim bum bam, la merenda. Ma soprattutto: il mio amore folle per la palla di quando ero piccola.
Potevo io perdere tempo davanti a quella povera disgraziata di Candy o a quell’altra lagnosa di Georgie? I cartoni che meritavano la mia totale e completa attenzione erano all’epoca solo due: la fantastica donna con i controcojones Lady Oscar e poi loro, i mitici Holly e Benji, rappresentanti di quella fitta schiera di calciatori giapponesi con nomi e cognomi americani.
Dopo essermi attaccata a Youtube ed aver visionato nuovamente quasi tutte e tre le serie di Captain Tsubasa(che poi sarebbe Holly eBenji, solo che mettere il titolo del manga fa più figo), sento che è giunto il momento di perorare una giusta causa che quando avevo quattro,cinque,sei anni sembrava eresia ai miei compagnetti di scuola; ebbene, in verità io vi dico RIVALUTIAMO L’UOMO BECKER.
Sarà che a me gli eterni secondi bravi tanto quanto il primo della classe, ma un po’in ombra non si sa mai bene per quale oscuro motivo, hanno sempre affascinato, sarà che aveva il fascino precoce del giramondo, sarà che era doppiato da una donna per cui una bambina ci si identificava facilmente, insomma, sarà quello che caspita vi pare, ma la sottoscritta non ha ancora capito perché un povero cristo che fa girare la palla, crea gioco, si fa un mazzo immane sulla fascia fino alla porta, non abbia la gloria che merita solo perché il tiro finale l’ha fatto quel furbone dell’amico prendendosi tutto il merito. Eh no, e che cavolo! Questo bambino c’aveva un padre che lo sballottava da una parte all’altra del Giappone ogni 3/4 mesi, non aveva una squadra che ne coltivasse il talento mentre quell’altro, che tutti sottolineavano essere un fuoriclasse, aveva il giocatore della nazionale brasiliana in casa come personal trainer…e grazie al piffero che giocava bene! Metti il talento puro, e grezzo, di Becker in mano a Roberto e poi vediamo! Senza Becker Holly aveva la terza parte di possibilità di arrivare davanti alla porta.
Cioè dico io: parliamo di Tom Becker, quello che convocato nella nazionale juniores, indeciso sul da farsi a causa della sua lontananza dai campi di calcio degli ultimi tempi, per testare le proprie capacità supera uno dopo l’altro tutti i giocatori del Paris Saint Germain! Sottolineo: il Paris Saint Germain! Profonda stima e rispetto.
Che poi era questo il bello di Tom: ogni tanto un barlume di umanità ce l’aveva, qualche dubbio in testa gli veniva, qualche insicurezza gli passava per l’anticamera del cervello. Mica come Holly, programmato per dire “Brasile” e “Dobbiamo vincere la partita”per tutta la durata dell’anime; avoja quella povera Patty a morire dietro a uno che vede solo palle!
Amavo questo cartone: mi gasavo tantissimo guardandolo. Ogni partita era una guerra mondiale, sia in termini di durata che di feriti: campi chilometrici in salita, testate ai pali della porta, voli acrobatici, spalle lussate, palloni che bucavano la rete e sfondavano i muri. Il campo da calcio era una trincea: tutti infortunati, sempre pronti a rischiare la salute e la pelle: o la partita o la morte,tutti degni figli della terra madre della cultura dei kamikaze.
Takahashi (l’autore del manga) ha giocato sporco: Holly l’ha fatto scontrare con chiunque, ma non con Tom. Anzi, in una puntata del cartone, lo stesso Holly, che non ha mai paura di nessuno, dichiara ad un giornalista che un ipotetico ragazzo che temerebbe come avversario sarebbe proprio Becker. Peccato che, strana coincidenza, nel frattempo quello spaccamaroni del padre pittore si sia trasferito in Francia e che quel tontolomeo del figlio abbia smesso di allenarsi regolarmente. Ma come, fessacchiotto che non sei altro, in Giappone giochi a calcio e in Francia no?!? Sei in Europa dove il pallone è l’unico dio di cui si osservino i comandamenti e non ne approfitti?!? Peccato, sarebbe stato fantastico godere vedendo Becker anticipare ogni mossa dell’invincibile Hutton. Come del resto sarebbe stato bello vederlo inquadrato davanti ad Holly, una volta tanto anche lui in primo piano.
s.jpgL’altro pericolo invece è stato creato malato di cuore. A proposito: onore al grande Julian Ross, l’uomo a cui debbo la mia conoscenza della regola del fuorigioco che, notare, insieme alla squadra composta da 11 uomini è l’unica che conosco del calcio. Il battito del suo cuore sotto la pioggia mentre è appoggiato stremato a un palo della porta,ha segnato una generazione e, detto sinceramente, una delle scene più emozionanti che io abbia visto. Ross giocava 10/15 minuti a partita e segnava tre goal…aaah, se stava bene Holly gli poteva giusto lucidare gli scarpini a Ross!
Il fuoriclasse del calcio totale, il principe dal cuore di cristallo non solo univa tecnica, strategia di gioco e potenza del tiro, ma pure la pischella c’aveva! Lui e Callaghan erano gli unici in grado di pensare anche a qualcosa di un po’ più socialmente utile del pallone.
Chi, chi osa dimenticare il romantico Philip che, innamorato cotto, si precipita di tbu.jpgcorsa fino all’aereoporto a salutare la sua Jenny subito dopo aver disputato una partita in cui c’era mancato poco che dovesse sputare un polmone?!?Il campione che si allenava sulla neve era un altro che mi piaceva assai, specie tenendo conto del fatto che era un po’ incazzosello, ragion per cui ai miei occhi ci guadagnava in fascino. Son cose che fanno la differenza.
Il mio preferito in assoluto comunque rimaneva Tom, a cui secondo me l’autore è parecchio affezionato: se è il compagno preferito di Holly un motivo ci sarà,no?!? Indispensabile come braccio destro, troppo temibile come rivale per la carriera del protagonista, Tom aveva anche un altro indiscutibile merito: era il più carino. Insieme a Ross e Callaghan. Guardacaso.

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24/09/2009

Un buon motivo

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Un buon motivo per guardare Annozero stasera:perché non esiste alcun motivo per cui debba esserci un caso Santoro.

23/09/2009

Lo strano caso del biscotto scomparso

biscotti-cioccolato3.jpgScomparso il biscotto dalle dispense delle donne s-paiate alla ricerca dell’utilizzatore finale.

Da tempo alcuni investigatori ne seguono le tracce,ma l’impresa si sta rivelando più ardua del previsto. Al suo posto rinvenuti invece miscugli di dubbio gusto;trattasi in realtà di imitazioni grossolane e malriuscite. Sebbene al momento gli inquirenti non precludano alcuna pista e stiano vagliando tutte le possibilità,quella cinese è la più accreditata.

Qualora doveste imbattervi in essi sullo scaffale dei supermercati non lasciatevi ingannare dalla dicitura “biscotti”;prestate la massima attenzione:cadere nella truffa è semplice poiché non esiste un marchio che garantisca l’autenticità dell’oggetto in questione. Tuttavia un metodo c’è: leggere gli ingredienti.

Qualora doveste vedere scritto sulla confezione “senza uova,senza zucchero,senza latte”diffidate:gli esperti stanno ancora analizzando il composto per assegnargli un nome che identifichi la poltiglia chimica cotta in forno,mentre un nutrito gruppo di sociologi sta ancora arrancando nel disperato tentativo di capirne l’utilità sociale.

Si consiglia di mostrare cautela anche davanti alla dicitura “integrale”:in verità questi biscotti sono bombe di burro senza zucchero che mirano a far esplodere la malcapitata lentamente ed inesorabilmente,senza che essa possa comprenderne la causa.

Si raccomanda dunque la massima prudenza tanto,semmai doveste trovare l’utlizzatore finale,se è finale,ci starebbe comunque: torturarsi lo stomaco col truciolato impastato non si sa con cosa è inutile.

Il dado è tratto

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Benvenuto a Il Fatto Quotidiano!Che qualcosa stia iniziando a muoversi? :)

 

Domani sera mi attaccherò davanti alla televisione per l'inizio di Annozero con la stessa passione con cui l'ho spenta la sera del one-president-show a Porta a Porta.

 

22/09/2009

Elementare Watson

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Dopo puttanopoli,le morti di Michael Jackson,Mike Buongiorno e Patrick Swayze, il miglior presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni, gli abruzzesi terremotati ostaggio politico e mediatico, i giornalisti di Report privati della copertura legale dalla Rai e Annozero allo stadio terminale,finalmente una bella notizia,vecchia di due giorni ma non importa: ”aggredita” la Santanchè a Milano.

 

 

Ovviamente non è tanto l’accoppamento in sé a darmi soddisfazione(anche perché purtroppo sono dell’idea che non si debba arrivare mai alle mani,con nessuno,persino con lei),quanto invece la transitività del seguente, semplice ragionamento che la mia testa ha prodotto nell’immediato.

Allora,la Santanchè non è nuova ai salotti televisivi dove starnazza allegramente sostenendo che lei non ce l’ha con i gay,solo che non ne sopporta l’esibizionismo(considerazione mia:come se fosse una prerogativa degli omosessuali). Da ciò si deduce che:

 

Tesi:non ce l’ho con i gay

Ipotesi di partenza: i gay sono esibizionisti

Dimostrazione:essendo i gay esibizionisti,la causa delle aggressioni sono i loro stessi comportamenti che li rendono odiosi agli altri. Se si chiudessero in casa non accadrebbe niente. Ciò implica che la colpa è loro,quindi io non ce l’ho con gli omosessuali e la diversità in generale c.v.d.

 

Bene. Analogamente si può effettuare un’altra dimostrazione:

 

Tesi:la Santanchè non è stata “aggredita”

Ipotesi di partenza:la Santanchè manifestava contro il burqa

Dimostrazione:essendo la Santanchè nel mezzo di una festa in onore della fine del Ramadan e stando lì a manifestare contro il burqa,la colpa non è di chi le ha fatto vedere una mano da un’angolazione diversa,ma la sua. Se si fosse chiusa in casa non sarebbe successo niente. Ciò implica che la colpa è la sua,quindi non è stata “aggredita”,solo diversamente accarezzata c.v.d.

 

Non fa una piega,no?!?

Nota a margine:il burqa è lesivo della dignità della donna,vero,ma perché mai le donne musulmane dovrebbero prendere lezione di affermazione del proprio io da una con quelle labbra e quelle sopracciglia?Da una che s’è separata dal marito,importante chirurgo plastico, e ha mantenuto il di lui cognome?

Cosa ha fatto sentire una tardona plastificata modello io-non-c’ho-solo-le-tette-ma-pure-il-cervello in dovere di assumersi il ruolo di femminista risvegliatrice delle coscienze altrui?

Ah,giusto:l’ipocrisia.

 

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